Richard Gere e il suo impegno per il Tibet

Richard Gere e il suo impegno per il Tibet

Richard Gere e il suo impegno per il Tibet

In Italia,in europa e nel mondo sempre più si creano e si sviluppano centri per il sostegno della causa tibetana e per i diritti umani di questo popolo.

“Presto il terribile Signore della Morte ti leverà tutte le ricchezze terrene”, dice l’insegnamento buddista preferito da Richard Gere, “quindi in questo stesso istante – è quasi troppo tardi! – pratica il dharma e compi azioni virtuose”.

Il questi giorni problematici per il Tibet presentiamo un articolo che narra l’impegno concreto di Richard Gere per il popolo tibetano.

Inflessibile con se stesso e generoso con gli altri, Gere è una di quelle rare persone che, giunte in cima alla scala sociale, sa cosa conta davvero. Attivamente impegnato in numerosi progetti per gli aiuti al Tibet, sa integrare la sua figura pubblica hollywoodiana con i richiami più profondi del suo cuore.

Inflessibile con se stesso e generoso con gli altri, Gere è una di quelle rare persone che, giunte in cima alla scala sociale, sa cosa conta davvero.

Pochi anni fa, a Nuova Delhi, un bambino di quattro anni venne abbandonato negli uffici di un’organizzazione per l’assistenza e la prevenzione dell’AIDS, chiamata “Naz”, un termine urdu per “orgoglio”. Si scoprì che entrambi i genitori del bambino erano morti di AIDS e che lui stesso era sieropositivo. I parenti avevano adottato il fratello maggiore – non infetto – ma non avevano voluto il bambino malato.

«Il bambino fu abbandonato nei locali del nostro ufficio», racconta Anjali Gopalan, direttore amministrativo del Naz, «e andai completamente fuori di testa». Gopalan divenne la tutrice legale del bambino e, ispirata da lui, fondò la “Casa di assistenza per donne e bambini malati di AIDS”: il primo e forse unico centro residenziale in tutta l’India per le malate terminali di AIDS e i loro figli sieropositivi e/o orfani, il cui numero è in costante crescita.

La Casa di assistenza è finanziata, in parte, dalla Fondazione Iniziative Richard Gere, la nuova istituzione pubblica di carità affiliata alla Fondazione Gere, creata undici anni fa e di carattere privato. Quando intervistai Gopalan, aveva appena discusso con Gere lo sviluppo della Casa di assistenza. Attualmente, tutti i bambini vivono nello stesso edificio, che siano malati o meno. Una delle cose che Gopalan aveva appreso da quell’incontro fu che la Fondazione Iniziative avrebbe aiutato il Naz a trovare i fondi per affittare una seconda casa in cui i bambini avrebbero potuto vivere quando si sarebbero sentiti meglio.

«Quando stanno male, possono tornare alla Casa di assistenza», dice Gopalan con grande emozione nella voce. «Altrimenti, possono vivere a casa loro. Capisci?». Ride, felice. «Ora, con questo aiuto, potrò farlo. Che sollievo!».

Si stima che, nel 2010, milioni di bambini resi orfani dall’AIDS non avranno una casa. La speranza è che la Casa di assistenza del Naz costituisca un modello, qualcosa che altre organizzazioni possano imitare. Ecco l’idea che guida tutti i progetti finanziati da Gere (con la speranza che altre persone si uniscano ai finanziamenti): che tali progetti servano da modello, da esempio valido per le comunità locali, non solo in India, ma in tutti i paesi in via di sviluppo.

A proposito di Richard Gere, Gopalan dice, ridendo: «Quello che mi è più piaciuto, oggi, è che si tratta di una persona con i piedi molto per terra, decisamente in contatto con se stesso. Ciò mi ha dato una grande energia». Gopalan, sollevata, ride di nuovo: «Dentro di me pensavo: “Grazie a Dio, esistono persone così!”. Mantengono viva la tua fiducia negli esseri umani. Penso semplicemente che una persona come lui non dovrebbe essere così, cioè tanto gentile. Non esiste alcuna ragione per cui qualcuno debba comportarsi così».

La prima volta che incontrai Richard Gere ero seduta su una panchina di un parco, davanti alla stazione di una città piccola e graziosa, in cui non ero mai stata, all’interno dello stato di New York. Ciò avveniva nove mesi prima della mia telefonata ad Anjali Gopalan. Non avevo mai incontrato Gere né mi aspettavo di farlo, sebbene fossimo entrambi buddisti e io, per guadagnarmi da vivere, facessi la giornalista mondana. In ogni caso, stavo aspettando un passaggio per un centro del dharma, Karmê Chöling, cinque ore più a nord, da una donna chiamata Betty e che conoscevo appena. Betty era in ritado di 45 minuti. Ma poiché era una splendida mattina autunnale – con l’aria tersa e chiara – la lunga attesa non mi dispiaceva. Poi, come dovrebbe sempre succedere in giornate splendide come quella, Richard Gere si avvicinò e si presentò. Proprio così: spuntò dal nulla con un cappellino da baseball, sorrise con fare molto simpatico e chiese: «Sei Patricia?».

Beh, io sono Patricia, anche se nessun altro, all’infuori di mia madre, mi chiama in quel modo. In ogni caso, risposi di sì, al che lui tese la mano dicendo: «Io sono Richard».

OK. A volte la vita funziona così: improvvisamente arriva un’onda magica. Il suo viso era in sintonia con la giornata: pieno di buon umore. Pensai quanto fosse incredibile che Betty avesse mandato Richard Gere a prendermi. La mattinata era perfetta, e in quel modo lo stava diventando ancora di più. Mi disse: «Sei pronta?» e io risposi: «Certo». Allora prese la mia sacca da viaggio e ci dirigemmo verso il suo scintillante pick-up rosso, in fondo alla strada.

Perché Richard Gere mi stava dando un passaggio? Di sicuro, aveva cose migliori da fare. Gli chiesi: «Stai andando al Karmê Chöling?».

Eravamo già dentro il pick-up, entrambi ancora sorridenti e (apparentemente) felici di essere là in quel momento. Girò la chiave nel cruscotto, mi guardò e disse: «No». Feci un cenno col capo e cominciammo a muoverci in retromarcia, mentre lui guardava allo specchietto per essere sicuro che non ci fosse nessuno dietro di lui. Ogni cosa stava andando benissimo, tuttavia chiesi: «Ma… Conosci Betty, vero?».

Stavolta si fermò e mi guardò. I suoi occhi erano amichevoli e gentili. «No», disse.

Stavamo seduti là, uno di fronte all’altra, due buddisti che si guardavano, il giorno appena meno perfetto di prima, solo un po’ più strano. Poi lui disse: «Sei una massaggiatrice?», e pensai: «Oh, merda». «No», risposi. Ci fu un momento di silenzio, il sole scintillava attraverso gli alberi, un uccello cantava, una o due persone passarono camminando. Lui disse: «Ero venuto a prendere una massaggiatrice di nome Patricia per mia moglie». Erano possibili moltissime risposte, ma dissi semplicemente: «Non sono io».

Ripensando adesso a quel giorno, non so cosa facemmo. Forse sorridemmo, scrollammo il capo o non facemmo niente di tutto ciò. So soltanto che stavo bene seduta con lui, nonostante l’equivoco. Lui disse: «Ti aiuto con la borsa», e uscimmo dal pick-up. Venne dal lato mio e tirò fuori la sacca da viaggio dal pianale, posandola sul marciapiede. Insieme tornammo alla panchina, dove una donna stava aspettando. Le chiesi: «Ti chiami Patricia?» e lei rispose: «Sì». Quindi si volse verso di lui, lui verso di lei e la cosa finì là. Dopo che si furono allontanati, arrivò Betty.

Quando ci rincontrammo, otto mesi dopo, fu impossibile avvertirlo che ero la persona della panchina; tutto ciò che sapeva era che una giornalista stava arrivando nei suoi uffici di Manhattan per intervistarlo sulla sua nuova Fondazione Iniziative. Per cui, la prima cosa che disse quando si avvicinò per salutarmi, fu: «Noi ci siamo incontrati». Poiché vedevo che stava cercando di ricordare dove, glielo rammentai: una città graziosa, un giorno di autunno, la panchina di un parco, una massaggiatrice… Fece un salto all’indietro e rise.

Sebbene a New York facesse un caldo soffocante, nell’anticamera dei suoi uffici c’era un fresco piacevole. Tutt’intorno vi erano foto di Sua Santità il Dalai Lama e libri sul dharma. Indossava una giacca tipo jeans di velluto verde a coste sottili, una T-shirt bianca e pantaloni neri. «Eri tu», disse. Risposi di sì, alzando le spalle. «Devi essere molto fiduciosa», continuò, «per salire così in una jeep con uno sconosciuto».

Non risposi: «Non sei uno sconosciuto», perché in quel momento sarebbe stato troppo lungo da spiegare. Infatti, in quel giorno d’autunno, lui mi era sembrato molto familiare non solo perché avevo visto i suoi film, ma anche per la profondità della sua pratica e del suo studio buddisti. Erano la devozione ai suoi insegnanti e l’aderenza alla prospettiva buddista a non farne uno sconosciuto. Un compagno della Pratica era venuto a prendermi alla panchina vicino la stazione. Questo era ovvio.

«Ho incontrato Richard a Bodhgaya nel 1986», racconta Rinchen Dharlo, presidente del Fondo per il Tibet, «durante un seminario di Sua Santità il Dalai Lama. Un anno dopo venni trasferito a New York per essere il rappresentante del Dalai Lama e per guidare il locale Ufficio del Tibet. La Repubblica Popolare Cinese, potente membro del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto, non ha mai permesso che la questione tibetana venisse sollevata in alcun forum delle Nazioni Unite. Ricordo che quando dicevi alla gente da dove venivi, la risposta era: “Tibet? Dov’è?”. Così era la situazione in quei giorni».

«Da allora, la situazione è cambiata, soprattutto grazie ai viaggi di Sua Santità in tutto il mondo, la realizzazione di alcuni film, le risoluzioni adottate dall’ONU, dal Congresso americano e dai parlamenti mondiali, i centri del dharma e i gruppi di sostegno nati e sviluppatisi in tutto il mondo. Parte del merito deve andare a Richard Gere, rimasto fermo e immutabile come un albero eloquente nella sua attività a favore della cultura tibetana».

Nel 1987 Gere fu co-fondatore della Casa del Tibet a New York dove, in un solo luogo, era visibile la cultura tibetana in tutte le sue sfumature. Secondo Dharlo, fu Gere a proporre il 1991 come “Anno internazionale del Tibet”. Dopodiché, egli cominciò una campagna con migliaia di eventi (tra cui discorsi pubblici, festival cinematografici, conferenze sul Tibet, spettacoli e programmi culturali) in tutto il mondo. All’epoca, Gere finanziò molti insegnamenti importanti, tra cui l’iniziazione di Kalachakra data da Sua Santità il Dalai Lama a New York. Allo stesso tempo, Gere era molto impegnato nella raccolta di fondi per la ricerca sull’AIDS e nelle campagne di sensibilizzazione contro le violazioni dei diritti umani nel mondo.

Da allora Gere, attualmente presidente della Campagna Internazionale per il Tibet, ha finanziato laboratori chirurgici mobili nel Tibet per curare la vista dei tibetani malati di cataratta; ha inviato aiuti di emergenza per l’India e il Tibet dopo che le tempeste di neve avevano ucciso la maggior parte del bestiame; ha sovvenzionato la pubblicazione di importanti libri buddisti, tra cui il capolavoro in due volumi di Tulku Ugyen, maestro di scuola Dzogchen, As It Is (Snow Lion Publications), Carefree Dignity di Tsoknyi Rinpoche (Snow Lion Publications) e decine di libri del suo insegnante, il Dalai Lama. Inoltre, ha iniziato e sostenuto la pubblicazione di Storia di Ani-La, la monaca guerriera del Tibet, di Ani Pachen con Adelaide Donnelley, l’eroica e commovente storia della compianta Ani Pachen, conosciuta come la monaca guerriera del Tibet.

Siamo seduti su due vecchie sedie imbottite intorno a un basso tavolino, nel grande ufficio privato di Gere, a una certa distanza dalla sua scrivania. Mi sto lamentando del caldo e della grande folla di New York, ma lui mi risponde citando il maestro dello studioso buddista Jeffrey Hopkins, Geshe Wangyal: «Sai cosa succede alla maggior parte di noi», dice Gere, «quando stiamo facendo la nostra meditazione e udiamo un suono, una voce umana, o qualcuno bussa alla porta e… Porca miseria!». Ride, e io con lui. «Bene, il primo impulso dell’insegnante di Hopkins era…», e qui Gere schiocca le dita, «Ah, un essere senziente! Ah! Un essere senziente!».

Quando Gere ti parla, ti guarda dritto negli occhi. È cortese, ma è evidente che sa essere inflessibile per quel che riguarda il dharma, per ciò che occorre a mantenere la prospettiva, e quando riconosce – per usare le sue parole – che stai facendo “cazzate” nella tua pratica.

Questo è ciò che ribadisce in continuazione: lui è un pigro, non è nulla di speciale. Non c’è dubbio che abbia studiato la sua mente e sappia quale compito erculeo sia il lavorare con essa.

Lodi Gyary, inviato speciale di Sua Santità il Dalai Lama a Washington, conosce Gere da venti anni e afferma che quest’ultimo è felicissimo di aver conosciuto il dharma, perché il cammino di Gere è estremamente difficile. «Vedi, tutte queste persone famose sono anche le più infelici. Soffrono a causa dell’importanza che attribuiscono a se stesse, a causa del loro ego. Poi arriva Gere, felicissimo perché è il famoso Richard Gere. Ma allo stesso tempo è in grado di condurre una vita davvero libera da ciò che molti dei suoi colleghi a Hollywood soffrono quotidiamente». Secondo Gyari, Gere è uno studente del dharma molto bravo. Rinchen Dharlo concorda, affermando che, sebbene Gere lo neghi, «egli è un grande studioso buddista, al livello dei professori più famosi». Non solo, Gere possiede una conoscenza approfondita della cultura tibetana, una conoscenza che, secondo Dharlo, rischia di andare «perduta per sempre».

«In questo paese», dice Dharlo, «molto spesso la gente adotta cause per uno o due anni, poi passa a un’altra causa. Richard non è così. Sta facendo questo con tutto il suo cuore. È molto compassionevole; l’insegnamento buddista lo ha cambiato in profondità».

Seduto nell’ufficio, Gere parla di un insegnamento che ama, “Il cibo per il cuore” di Kyabje Pabongka Rinpoche, e dice: «Fondamentalmente, questo insegnamento afferma: “Dì a te stesso la verità, perché su questo punto sei pieno di merda. Stai solo giocando. Vuoi la liberazione? Sei troppo codardo, sei pieno di merda”». Di nuovo, parlandomi, si piega in avanti. «Pensi di essere bravo perché conosci un po’ di dharma, hai letto qualche libro e incontrato degli insegnanti, ma sei pieno di merda. Non c’è nessuna saggezza autentica né alcuna rinuncia. Se il vento soffia, cadi in mille pezzi». Mi rimpicciolisco nella sedia e lui ricade ridendo nella sua. «Sto parlando di me», spiega.

Gli rispondo che trovo ciò che ha detto poco incoraggiante, e lui: «È la cortesia più grande dell’amore: la verità. Ma, in realtà, puoi farcela. Sei ci riesci, fatti coraggio. Una delle mie meditazioni più importanti è finalizzata al coraggio e alla determinazione, ad avere il fegato di fare ciò che va fatto».

È difficile non pensare a quando, subito dopo l’11 settembre 2001, Gere organizzò un concerto di beneficenza al Madison Square Garden per le famiglie dei poliziotti e dei pompieri uccisi quel giorno. Paragonando i pompieri e i poliziotti caduti ai bodhisattva, disse: “Non si chiedono se sei buono o cattivo; non si chiedono qual è la tua religione; non si chiedono nemmeno a quale razza appartieni. Salvano chiunque”. Poi, chiedendo che l’America rispondesse alla tragedia con l’amore e la compassione, anziché con la vendetta, venne subissato di fischi. Quella fu una cosa che richiese coraggio.

Prova a immaginare: Gere, da giovane, che vive in un appartamento malridotto a New York e legge filosofia cercando di capire perché la vita sia così dolorosa, finché si imbatte nel libro Vita di Milarepa; poi comincia a meditare a 24 anni con un insegnante Zen, Joshu Sasaki Roshi, e s’incammina sul sentiero con tutta l’ambizione che deve aver avuto per diventare una stella del cinema americano. Deve aver avuto il diavolo addosso.

Immaginalo, in questo stato, partire per l’India e incontrare, nel 1981, l’uomo che sarebbe diventato il suo guru principale, Sua Santità il Dalai Lama, una persona che secondo Gere è «la più genuinamente priva di ego che abbia mai incontrato».

«E non in un senso ovvio», continua. «È semplicemente così, completamente spontaneo nella sua presenza. L’unica ragione per cui è qua è aiutarti…», ride, stupito, «a raggiungere la felicità. Ed è straordinario. In una giornata incontra un centinaio di persone, ma nei pochi momenti che può concederti, qualcosa accade. E senti immediatamente da parte sua quell’impegno, anche se si tratta di cose che non lo riguardano minimamente». Gere si avvicina e ride. «Riesci a immaginarlo? Pensare sempre, sempre: “Come posso aiutarti?” Sì: “Come posso aiutarti”?».

Negli ultimi tre anni, la Fondazione Gere ha comprato assicurazioni contro le malattie per quasi mille monaci e monache indigenti negli insediamenti tibetani del sud dell’India, nella speranza che questi uomini e donne siano in grado di insegnare per altri venti o trenta anni. Ma il Dalai Lama ha detto chiaramente a Gere che vuole che tutti i tibetani bisognosi in esilio siano coperti. «Per cui vogliamo espandere alla popolazione laica», dice Gere, «il modello che ha funzionato nei monasteri e nei conventi».

«Capisco che, per quanti film possa fare», continua, «non avrò abbastanza soldi per pagare tutte queste cose. Quindi, la Fondazione Iniziative ha davvero bisogno dell’aiuto e dell’esperienza degli altri, in modo da espandersi in una visione molto più grande di quella che posso realizzare da solo».

Un altro progetto ambizioso è il disinquinamento ambientale della città di Dharamsala, nell’India del nord, residenza del Dalai Lama e sede del governo tibetano in esilio. Migliaia di rifugiati tibetani e pellegrini internazionali passano ogni anno attraverso la piccola stazione collinare, e l’ambiente ne viene messo a dura prova. Non esiste una vera gestione dei rifiuti solidi, l’acqua è chimicamente e microbiologicamente inquinata, il suolo nelle foreste intorno a Dharamsala si sta erodendo.

Gere e i suoi compagni hanno fondato un’agenzia svizzera, la Sandec, che l’anno scorso è andata gratuitamente a Dharamsala, ha studiato le condizioni ambientali e ha progettato un piano di intervento ambientale per il Ministero Tibetano del Welfare. La prima fase è la programmazione dei rifiuti solidi: alla comunità locale è stato spiegato come differenziare i rifiuti solidi da quelli organici, i bambini delle scuole sono stati reclutati per aiutare a pulire la città, sono stati acquistati camion per il trasporto dei rifiuti ed è stato negoziato con l’amministrazione municipale indiana un accordo per raccogliere i rifiuti dell’area.

La Fondazione Iniziative ha fornito i primi finanziamenti per il piano di intervento e sta cercando dei partner per esportare il modello agli altri insediamenti tibetani. Il Ministero del Welfare fornisce l’infrastruttura operativa, mentre lo sviluppo generale del progetto è gestito dalla sorella del Dalai Lama, Jetsun Pema, direttrice del Villaggio dei Bambini Tibetani.

Secondo Robyn Brentano, direttore della Fondazione Iniziative, il piano di intervento ambientale è tra i più avanzati dal punto di vista dell’aiuto internazionale. «Non si tratta solo di portare tecnologia e imporla alla situazione locale», dice Brentano, «ma di vedere come sviluppare le risorse locali». Se il Ministero Tibetano del Welfare può guadagnare qualcosa raccogliendo i rifiuti solidi, c’è speranza che il programma sarà in grado di sostenersi da solo, piuttosto che appoggiarsi indefinitamente su istituzioni come la Fondazione Iniziative».

Mi chiedo a voce alta, durante la mia conversazione con Gere: «Pensavo che la sofferenza fosse alleviata dalla comprensione del vuoto, del non-sé. Non è che questo lavoro», gli chiedo, «si limita ad alleviare temporaneamente le sofferenze di pochi esseri umani?».

Risponde: «Da un punto di vista pratico, se la gente è affamata, maltrattata e torturata, se non esistono né pace né libertà, che possibilità ci sono di cominciare a considerare la natura del sé, del vuoto, di una prospettiva?». Mi guarda sorridendo e continua: «Vedi, alla fine siamo tutti al servizio l’uno dell’altro. Fino a quando non saremo tutti liberi dalla sofferenza, nessuno di noi lo sarà. Giusto? Siamo tutti connessi».

Parlare del dharma con una stella cinematografica è qualcosa di così raro che mi emoziono in modo quasi ridicolo. Ho voglia di saltare su e giù sulla sedia e battere le mani. Per il mio lavoro ho parlato con parecchie celebrità, ma nessuna ha mai fatto cenno all’origine interdipendente.

«Quindi, anche se desideriamo la nostra sicurezza», va avanti, «dobbiamo aiutare tutti gli altri a raggiungere la felicità. Questo è un modo molto egoista di considerare il dharma. Ma almeno è un modo intelligente. È egoismo intelligente».

Una delle priorità di Gere è raccogliere, autenticare, catalogare digitalmente e archiviare tutto il materiale esistente e futuro – discorsi, conferenze, insegnamenti religiosi, fotografie e così via – sulla vita, gli insegnamenti e le attività del Quattordicesimo Dalai Lama.

«Quando pensi al fatto che abbiamo davanti a noi un simile essere», dice Gere, «e che esiste un’enorme quantità di materiale durante la sua vita, proteggere quel materiale diventa un compito incredibilmente importante per le generazioni future».

Una delle prime donazioni fatte da Gere a questa causa particolare fu l’acquisto di un nuovo microfono, anni fa, per il traduttore del Dalai Lama. «Aveva un piccolo microfono», ricorda Gere, «con un cavo a modulazione di frequenza incollato e rincollato con nastro adesivo un centinaio di volte. Gli chiesi: “Quando hai preso questa roba?”, e lui rispose: “Non lo so, me l’ha donata un tedesco circa dieci anni fa, ma si è rotta in continuazione”. Allora dissi: “Posso offrirtene uno?” “Sì, per favore”. Gli comprammo una nuova attrezzatura e tornò al lavoro. Senza tali traduzioni, migliaia di noi sarebbero perduti. E bastò acquistare un trasmettitore a modulazione di frequenza da duecento dollari».

I primi fondi della Fondazione Iniziative per l’Archivio Centrale di Sua Santità il Dalai Lama serviranno per il controllo termico del luogo in cui saranno temporaneamente tenuti gli archivi; inoltre, saranno usati per pagare le attrezzature e lo staff.

«C’è qualcosa di simile a una camera blindata?» chiedo, e Gere ride. «No, non c’è nulla. Probabilmente ci saranno solo delle scatole in qualche stanza sul retro, chi lo sa? Non hanno alcun modo di conservare gli archivi in modo appropriato».

La strada per l’Archivio Centrale è ancora lunga, ma alla fine Gere vuole che tutto il lavoro del suo insegnante – di fatto, tutto il lavoro dei grandi lama – sia disponibile gratuitamente in Internet, in modo che ognuno, «incluso un nomade del Kham con una batteria solare e un computer portatile», possa accedervi. Per ottenere questo, Gere vuole riunire gli sforzi di tutti i buddisti del mondo che finora hanno operato separatamente, spesso all’insaputa l’uno dell’altro. Aiutare la gente a lavorare insieme, evitando i duplicati: la connessione è ciò che Gere sente di potere offrire meglio.

«In questa stanza abbiamo fatto delle riunioni straordinarie», dice. «Gente straordinaria. Connessioni». Gere schiocca le dita di nuovo, per cinque volte: snap, snap, snap, snap, snap. «Sì, possiamo fare qualcosa. Molte personalità che vogliono lavorare con gente concreta, poi…», batte forte le mani una volta: «È fatta».

Una azienda con cui Gere è riuscito a entrare in contatto – forse non quella che ti aspetteresti impegnata nella liberazione di tutti gli esseri senzienti – è stata America Online. Nel 1999, quando Gere fu tra gli organizzatori della visita del Dalai Lama a New York, AOL acconsentì a mostrare per un attimo il volto di Sua Santità sul monitor di tutti i suoi utenti, nell’istante in cui si collegavano al loro indirizzo di posta elettronica. Ciò durò cinque giorni.

«Stavamo sponsorizzando l’evento», dice, «ma la cosa funzionò a un altro livello, totalmente non-concettuale», qui Gere fa il suono di un razzo che attraversa a tutta velocità lo spazio, phooosh! «Un essere illuminato. Che tu lo sappia o no. Ti connetti e phooosh! Anche se volevi cancellarlo, è già successo. Sei stato colpito da un essere illuminato».

Quell’evento, che secondo Gere avrebbe potuto attirare 15.000 persone, ne richiamò 200.000. Nell’autunno del 2003 la Fondazione Iniziative, insieme al Centro del Tibet e alla Fondazione Gere, organizzerà un’altra visita simile. Questa volta il Dalai Lama terrà un insegnamento di quattro giorni su La grande esposizione dei canoni di Jamyang Shayba e sulla Ghirlanda di gemme del bodhisattva di Atisha. Ci sarà anche un discorso pubblico e gratuito al Central Park, per accompagnare il quale Gere e il compositore Philip Glass stanno organizzando un concerto di beneficenza a favore dei tibetani poveri dell’India, del Tibet e del Nepal.

Un paio di anni fa girò la voce che Gere stesse per abbandonare la carriera di attore e farsi monaco. Quando gli chiedo se ha mai preso in considerazione l’ipotesi di abbandonare la recitazione e dedicarsi alla pratica, ride sonoramente, quindi resta seduto in silenzio. «Sì, certo», dice alla fine. «Penso che tutti coloro che sono stati toccati da un insegnante abbiano sentito…». Mi guarda, poi dice che quando “i tibetani” udirono la voce che stava per farsi monaco, alcuni furono sconvolti e gli dissero: «Per favore, non farlo. Abbiamo bisogno di te». Ride ancora. «Non è vero che stessi per farmi monaco. Ma era chiaro che il ruolo che ho ancora adesso era prezioso. E la verità è che la via per la libertà sta passando attraverso questo».

Apre le mani verso la stanza in cui è seduto. «È molto facile per noi ritirarci in una caverna o in una sua qualche versione moderna; da un certo punto di vista, è facilissimo fuggire dalla tua mente. Quindi ho scoperto – specialmente per una persona pigra come me – che interagire sempre con la gente, quando affiora la rabbia», schiocca le dita, «l’impazienza», snap, snap, snap, «tutto ciò per me è un ottimo modo di imparare, di vedere la mia mente. Il mondo non ti permette di evitare granché. È uno specchio costante».

«È brutto non avere responsabilità», dice Gere alla fine, «ma io mi sento responsabile. Sprecare questa vita umana sarebbe una cosa terribile».

Dopo il nostro incontro, mi sta accompagnando all’ascensore. È un passo dietro di me nel corridoio e cammina così silenziosamente che mi accorgo a stento della sua presenza. Improvvisamente lo sento darmi una pacca tra le scapole. Lo guardo, è leggermente accucciato come un vecchio monaco che cammina dietro di me. Ride: «Il mio nome è Patricia», dice quasi con incredulità, pensando al nostro primo incontro, «il mio nome è Patricia».

Mi metto la mano sulla spalla per interrompere le sue pacche, ma lui me ne dà un’ultima, questa volta battendo sul mio palmo aperto, e mi lascia ridendo, con un divertente, simpatico “cinque” all’indietro.

Per contattare la “Fondazione Iniziative”: 341 Lafayette Street, Suite 4416, NY, NY 10012. www.gerefoundation.org

Cibo per il cuore

Incoraggiamento tramite il ricordo dell’impermanenza

Strofe da uno degli insegnamenti preferiti di Richard Gere, di Kyabje Pabongka Rinpoche

Ah, il dolore!
Lama misericordioso, osserva quest’infelice
Come ho vissuto e come mi sono ingannato per tutta la vita.
Per favore, considera questo sciocco con compassione.
Il consiglio essenziale da dare a te stesso – il cibo per il cuore –
Tienilo nelle profondità del tuo cuore.
Non distrarti; non distrarti!
Rifletti sullo stato della tua vita dalla goccia essenziale del tuo cuore.
Nell’esistenza ciclica e senza inizio, che finora non ha conosciuto fine
Anche se hai sperimentato cicli infiniti di rinascite –
Nient’altro che innumerevoli variazioni di felicità e dolore –
Da esse non hai ottenuto il minimo beneficio.
E sebbene ora hai raggiunto quella ricchezza e quell’agio cosi difficili da trovare,
Sempre, finora, essi sono finiti e sono andati perduti, rivelandosi vuoti e senza significato.
Adesso, se ci tieni a te stesso,
È arrivato il tempo di praticare l’essenza della felicità futura: le azioni virtuose.
Sembri molto bravo, intelligente, astuto, ma sei uno sciocco
Fino a quando ti aggrappi al gioco infantile delle apparenze di questa vita.
Improvvisamente sei sopraffatto dal terribile Signore della Morte
E, senza speranza né mezzi per resistere, non puoi fare nulla.
Questo è ciò che ti accadrà!
[…]
Ora! Non distrarti!
Questo stesso istante è il tempo di fortificare la tua volontà.
Non solo è il tempo: è quasi troppo tardi.
Adesso! Adesso!
Applicati con grande forza!
Sacro precetto del lama, padre benevolo;
Cuore delle scritture autorevoli del Vittorioso Losang;
Pratica del puro sentiero del sutra e del tantra completi;
È tempo di porre l’esperienza autentica nel flusso della tua mente.
Chi è più veloce:
Yama, il Signore della Morte,
O te, quando nella pratica realizzi l’essenza del tuo sogno eterno –
Il benessere tuo e degli altri, ogni giorno il più possibile?
Unificando le tre porte del corpo, del linguaggio e della mente,
Metti ogni sforzo nella tua pratica.

Tradotto dal tibetano da Lama Thubten Zopa Rinpoche e Gelong Jampa Gendun. Pubblicato negli Stati Uniti da “Wisdom Publication”.

Per praticare la generosità

Si dice: “La generosità è la virtù che produce la pace”. I sutra Pali indicano che quando il Buddha si rivolgeva a un nuovo uditorio, tradizionalmente cominciava con una discussione sulle virtù della dana, il donare o la generosità. Nello hinayana, il Buddha insegna che si può vincere il desiderio e raggiungere la liberazione attraverso la pratica della generosità. Nel mahayana, la generosità è la prima delle sei paramita, o perfezioni, sviluppate sul cammino del bodhisattva.

Se donare è un fondamento della pratica spirituale, quali sono le cause meritevoli per le quali i buddisti compiono le loro donazioni? Tra le molte organizzazioni e cause degne di sostegno, ve ne sono alcune che hanno uno specifico orientamento buddista. Ecco un esempio:

Azione sociale

La Fondazione Greyston. “Greyston” è una rete di società con e senza fini di lucro avviata nel 1982 come una piccola panetteria gestita da studenti Zen. Oggi è un’organizzazione da 13 milioni di dollari che fornisce lavoro, case, servizi sociali e assistenza sanitaria ai poveri.

Westchester Country, NY 21 Park Avenue, Yonkers, NY 10703; www.greyston.org

Fratellanza buddista per la pace (BPF). La BPF è un’organizzazione gestita dai suoi aderenti per un “buddismo socialmente impegnato”. Essa sostiene un buon numero di progetti e di società affiliate. A livello internazionale, la BPF promuove i diritti umani in molti paesi, soprattutto in Bangladesh, Birmania, Vietnam e Tibet. Negli Stati Uniti, i progetti comprendono servizi di volontariato e un programma di formazione per attivisti, un progetto sulle prigioni e “Turning Wheel”, una rivista trimestrale. PO Box 4650, Berkeley, CA 94704; www.bpf.org

Tibet

Campagna Internazionale per il Tibet (ICT). L’ICT opera a livello legale con ricerche sulla dominazione cinese in Tibet e missioni per accertare i fatti in India, Tibet e Nepal; notizie sul Tibet e testimonianze rese a organi nazionali e internazionali. 1825 K Street NW, Suite 520, Washington, DC 20006; www.savetibet.org

Rete di informazioni sul Tibet. USA. Servizio indipendente di notizie e ricerche sulla condizioni politiche, sociali, economiche, ambientali e dei diritti umani in Tibet. PO Box 2270, Jackson, WY 83001; www.tibet-info.net

Fondo per il Tibet. Creato nel 1981, il Fondo per il Tibet sostiene programmi per lo tutela della salute e lo sviluppo dell’educazione e dell’economia nel Tibet e nelle comunità tibetane in esilio. 241 East 32nd Street, New York, NY 10016; www.tibet-fund.org

Progetto “Monache tibetane”. Il progetto per le monache tibetane fornisce cibo, vestiti, case, istruzione e assistenza medica di base alle monache esuli dal Tibet. Fondato nel 1987, il Progetto aiuta le monache di cinque conventi, tutti di diverse tradizioni tibetane. 2288 Fulton Street, #312, Berkeley, CA 94704; www.tnp.org

Ospizi

Progetto “Ospizio Zen” (ZHP). Lo ZHP fornisce servizi di ospizio, inclusi programmi di assistenza domiciliare e di volontariato, nell’area di San Francisco. Offre anche corsi di educazione pratica, emotiva e spirituale su temi collegati all’assistenza delle persone morenti. 273 Page Street, San Francisco, CA 94102; www.zenhospice.org

Progetto buddista AIDS (BAP). Fornisce informazioni mediche e spirituali per tutti coloro che vivono con l’HIV/AIDS, comprese famiglie, amici e assistenti. Tra i volontari del BAP vi sono dottori, bodyworker, terapisti e insegnanti di meditazione. 555 John Muir Drive, Suite 803, San Francisco, CA 94132; www.buddhistaidsproject.org

Prigioni

Rete del dharma nelle prigioni. Una rete comprendente carcerati, volontari e operatori correttivi finalizzata ad aiutare i detenuti nella pratica e nello studio del buddismo e di altre discipline contemplative. Offre seminari in tutti gli Stati Uniti e distribuisce libri del dharma (ricevuti in offerta) ai detenuti e alle librerie delle cappelle carcerarie. PO Box 4623, Boulder, CO 80306; www.prisondharmanetwork.org

Programma per le prigioni “Monastero Zen in Montagna” (ZMM). Il monastero Zen in Montagna di John Daido Loori fornisce sostegno e guida al Sangha Nazionale Buddista delle Prigioni (NBPS), una rete nazionale di buddisti che operano volontariamente nelle prigioni locali. Lo ZMM gestisce la corrispondenza dei carcerati e distribuisce libri e cassette del dharma ricevuti in dono in tutto il Paese. PO Box 197, Mt. Tremper, NY 12457; www.zen-mtn.org/zmm/prison.htm

Fondazione per lo Zen impegnato (EZF). Fondata per favorire la pratica dello zazen nelle prigioni, la EZF è anche fautrice dell’adozione di tecniche di recupero da parte della giustizia criminale. La EFZ è in corrispondenza con 30 prigionieri nei bracci della morte di tutti gli Stati Uniti. PO Box 700, Ramsey, NJ 07446; www.engaged-zen.rg

Ambiente

Consorzio “Dharma Gaia”. Finanzia e pubblicizza progetti ecologici di ispirazione buddista in Asia e nei paesi in via di sviluppo. Negli Stati Uniti educa le comunità buddiste a un comportamento ecologicamente responsabile. c/o Buddhist Peace Fellowship, Box 4650, Berkeley, CA 94740; www.rainforestjukebox.org/Projects/DGT/welcome.htm

Istituto zen di studi ambientali (ZESI). Altro affiliato al Monastero Zen in Montagna, lo ZESI fornisce seminari, teoria e pratica sul buddismo Zen e sulla relazione di quest’ultimo all’ambiente. Possiede un santuario naturale sulle Catskill Mountains. PO Box 197, Mt. Tremper, NY 12457; www.mro.org/eco/index.html

Editoria

Wisdom Publications. Ha ricevuto il mandato di conservare e tramandare importanti opere delle principali tradizioni buddiste. Wisdom Publications pubblica traduzioni di sutra, tantra, commenti e insegnamenti di maestri buddisti passati e contemporanei, oltre a opere originali di studiosi del buddismo. La sua organizzazione madre, la Fondazione per la Preservazione del Buddismo Mahayana, finanzia numerosi progetti di aiuto, istruzione, conservazione (oltre a progetti editoriali) in tutto il mondo. 199 Elm Street. Somerville, MA 02144; www.wisdompubs.org

Snow Lion/Fondazione Tsadra. Snow Lion, collegata alla Fondazione Tsadra, è la maggiore casa editrice dedicata alla conservazione della cultura e del buddismo tibetani. Le sue pubblicazioni includono tutte le scuole del buddismo tibetano, così come titoli popolari e accademici. PO Box 6483, Ithaca, NY 14851-6483; www.snowlionpub.com

Centro di documentazione sul buddismo tibetano. Il centro, diretto dal celebre studioso Gene Smith, possiede una delle collezioni di letteratura tibetana più grandi al mondo. Sta creando un archivio digitale di facile accesso. 115 Fifth Ave, 7th floor, NY, NY 10003; www.tbrc.org

Trish Deitch Rohrer è direttrice amministrativa della rivista Shambhala Sun.

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